martedì 17 luglio 2018

Congresso PD 2018, Matteo Orfini al bivio fra Zingaretti e Renzi

Un articolo inedito. Nel primo blocco gli elementi Seo, nel secondo il contenuto giornalistico.


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Meta descrizione: La componente di Matteo Orfini prepara il posizionamento in vista del Congresso PD 2018: i movimenti degli orfiniani fra Matteo Renzi e Nicola Zingaretti
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Impostazione editoriale:

Titolo editoriale: La dura marcia dei Giovani Turchi verso il congresso Pd
Sommario: La corrente di Matteo Orfini davanti alla sfida a tenaglia fra Nicola Zingaretti e Matteo Renzi: rimanere in minoranza nel Pd o seguire l'ex segretario nella scissione?

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Contenuto

Regnava un clima trionfale lo scorso giovedì 12 luglio in piazza Sempione, sede del III Municipio di Roma, uno dei due riconquistati dal centro-sinistra di Giovanni Caudo, già assessore nella giunta di Ignazio Marino e neominisindaco della ex circoscrizione Montesacro: c’è un vincitore netto alle ultime elezioni amministrative della Capitale ed è il modello politico del presidente della giunta regionale del Lazio, Nicola Zingaretti, unico candidato già ufficiale alla guida del Partito Democratico; più che lui in persona, è la sua squadra su Roma ad aver impostato e vinto le due corse del VIII e del III Municipio.

Entrambe accomunate, nelle parole dei comunicati trionfanti del giorno della vittoria, dall’analogo spirito: il superamento del modello di Partito Democratico lasciato in eredità dal commissariamento romano di Matteo Orfini, il partito costruito sullo stile dell’”andare da soli” che aveva – dicono i luogotenenti zingarettiani – ridotto i democratici romani a forza irrilevante nella corsa del municipio di Ostia. Il banco di prova delle elezioni di giugno ha colorato di rosso altri due municipi romani; a festeggiare nelle aule consiliari, dietro alle unanimità e agli entusiasmi sbandierati di facciata, c’erano principalmente gli zingarettiani, pronti a far valere il peso di un modello amministrativo che, dicono loro, dimostra di funzionare e vincere mentre tutto intorno il PD perde.

E’ stato proprio mentre la giunta di Giovanni Caudo stava per presentarsi ufficialmente che si è sentito tuonare un colpo di cannone inaspettato, sparato dalle postazioni amiche.




L’ordigno che ha fatto fuoco non è uno spingardino: per chi conosce la geografia del Pd non solo romano, ma dell’Italia centrale, Claudio Mancini è un peso massimo. Già consigliere regionale, già colonna di Massimo d’Alema, dirigente nazionale del Partito Democratico, Mancini è deputato del Pd eletto nel collegio di Frosinone e uomo forte della componente dei Giovani Turchi di Matteo Orfini, presidente del Pd, e di Chiara Gribaudo, parlamentare torinese oggi nella segreteria unitaria di Maurizio Martina. Come è possibile che un dirigente nazionale del partito faccia fuoco con questa veemenza proprio mentre si insedia una giunta sostenuta dal suo Pd?

La risposta è duplice. Il primo motivo, quello delle malelingue, è la partita del peso in giunta del Partito Democratico: il neo presidente del municipio ha costruito una squadra in piena autonomia, nominando un esecutivo slegato dai risultati elettorali; un comportamento che spesso scatena le reprimende degli uomini di partito. Se fosse solo questo, rimarremmo però nella fisiologia della politica: no, un pezzo così grosso e notoriamente silenzioso del gruppo dirigente di scuola dalemiana non parla mai per caso. Sullo sfondo si può intravedere la preparazione di un’operazione nazionale, a metà fra una scommessa al rialzo e un’operazione di salvataggio in piena regola.

Dobbiamo tornare alle ultime primarie democratiche, quelle fra Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano: Matteo Orfini parlò al Lingotto e disse che avrebbe “per la prima volta” votato Renzi.



Dopo aver sostenuto Gianni Cuperlo nella precedente corsa, i Giovani Turchi avevano rapidamente traslocato sotto le bandiere renziane; Orfini era diventato presidente del Partito e commissario del Pd Roma durante i fatti di Mafia Capitale e del crollo dell’amministrazione di Ignazio Marino; Andrea Casu, giovane neosegretario del Pd Roma, di rito renziano seppur sufficientemente autonomo ed eterodosso, è stato eletto alla guida della federazione romana proprio con l’appoggio della componente orfiniana. Nel frattempo, in maniera di nuovo inedita per la sua consueta prudenza, Nicola Zingaretti aveva scelto di essere l’uomo forte della mozione per Andrea Orlando a Roma.

Non serve dire che se il Partito Democratico del futuro dovrà essere quello guidato da “Nicola”, per i Giovani Turchi gli spazi politici si restringerebbero: e di molto. E’ per questo che la rincorsa degli orfiniani è partita con largo anticipo: “I veri vincitori delle elezioni regionali”, diceva al telefono un dirigente di area Martina nei giorni successivi al 4 marzo, “sono stati i Giovani Turchi. Hanno fatto un capolavoro”.

Sei i candidati che la corrente orfiniana ha presentato per la corsa laziale, di cui cinque sono stati eletti in Consiglio Regionale; in un quadro in cui tutte le componenti storiche sono state ridimensionate sui territori della regione, i Giovani Turchi hanno retto, dimostrando che, tanti o pochi, i loro voti di preferenza li portano sempre a casa. Porta poi il nome di Fabio Bellini, vicesegretario del Pd Lazio e altro grande turco di peso, la riforma elettorale che ha negato a Nicola Zingaretti il premio di maggioranza in Regione Lazio: un assetto su cui il governatore, di certo annusando l’aria brutta, aveva provato a recuperare qualche margine prima del voto, inutilmente. Bellini era d'altronde il nome che gli orfiniani tenevano in serbo per la giunta Zingaretti:  è andata diversamente, il che non sorprende.

Il ruolo di bombardiere del progetto di Zingaretti rimane assegnato a Matteo Orfini: nel Lazio il governatore ha vinto “con la destra divisa. Fosse stata unita avremmo perso”, ha detto di recente il presidente del Pd, intervistato dal Manifesto; rincarando poi a margine dell’assemblea democrat: “Il progetto di Nicola non mi convince , è un ritorno al passato senza nulla di nuovo”.




La linea sembra essere: fuoco a volontà.


Per i Giovani Turchi muoversi a caso non è mai un’opzione: la scommessa sul progetto politico di Matteo Renzi è stata forte e, in un momento di basse quotazioni, rischia di trascinarli nel baratro. Ecco perché è necessario impostare da subito un piano ampio, una exit strategy.

Il quadro si assesterà in autunno, con la definizione del piano renziano e con la Leopolda 9: prima di prendere in considerazione lo strappo definitivo, “il senatore semplice di Scandicci” dovrebbe tentare una nuova corsa alla leadership democratica, magari con un suo epigono (il totonomi parla di Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna). Sui territori intanto, per molti esponenti delle componenti moderate, renziane o gentiloniane, l’addio al PD si è consumato già da tempo.

Se la corsa delle primarie dovesse arridere di nuovo al progetto politico di Matteo Renzi, l’investimento dei post-dalemiani inizierebbe a dare i propri frutti; ci sarebbe la plastica dimostrazione che Nicola Zingaretti fuori da Roma non è in grado di prender voti e che nonostante tutte le sconfitte il popolo del PD ha ormai archiviato la classe dirigente, l’impostazione, la storia politica ex-diessina. I Giovani Turchi si ritroverebbero di colpo partner di sinistra nella maggioranza del partito: più che un sogno, un trionfo.

Se il congresso andasse male, bé, le opzioni sarebbero due. Accettare il ruolo di minoranza fastidiosa e martellante nel nuovo "ulivetto" di Zingaretti: ipotesi non da scartare e piuttosto comoda per la componente di Matteo Orfini. In alternativa, le navi sono pronte: ci si preparerebbe per la navigazione in mare aperto seguendo Matteo Renzi fuori dal Pd. Sarebbe difficile e duro, ma certo nel PD di Nicola Zingaretti gli spazi per chi non solo non lo ha mai sostenuto, ma a Roma lo ha sempre avversato, sarebbero ridotti all’asfissia.

No, a quel punto, seguire Renzi nella sua avventura liberal-macroniana di taglio europeista, tutta da definire ma già ampiamente in cantiere, sarebbe una prospettiva realistica di sopravvivenza. Ecco dove inserire i comunicati di polemica fra sinistra e centrosinistra, i posizionamenti, i distinguo: una porta di uscita d’emergenza va pur costruita; e i Giovani Turchi, a far quadrato di un fortino da difendere durante tempeste e lunghe traversate, sono ormai abituati.


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